lunedì, gennaio 31, 2005   

Altro matrimonio di amici al capolinea: tra Rom. e Luc. è finito l'amore... quello che prima univa ora divide... c'è una bambina nata da poco ma, a quanto pare, le ragioni dell'allontanamento sono più forti di qualsiasi altra considerazione...

Mon. me lo dice venendo nel retrocucina, mentre sto lavando i piatti d'una cena fatta tra amici; lo fa quasi cautamente, dopo che la notizia aveva serpeggiato sottovoce per il pomeriggio, come fosse stata inammissibile.

Mentre l'ascolto mi accorgo che non mi sfiora neanche lontanamente l'idea di mettermi a giudicare, ma... alcune domande sorgono spontanee, cambiano il mio sguardo senza diventar parole: che senso ha parlare ancora di amore, se poi è così facile che le cose mutino? Cos'è quell'amore che in tanti giurano di provare, che li porta addirittura a giurare su un altare, ma che poi non resiste alle prove della vita? Esiste ancora... o meglio... è mai esistito, oppure in realtà è stato sempre e solo uno dei tanti "usi e costumi" d'una socialità che finisce con l'esser fatta soprattutto di compromessi?

E poi... come sostenere la progettualità necessaria per mettere insieme una famiglia, quando alla base c'è un sentimento così labile? Come pensare al mettere al mondo dei figli... in base a quali criteri/speranze/valori lo si può fare?

Domande senza risposta... le lascio a bollire sul fondo...

voloalto | 13:47 | commenti (12) | link
>- sensazioni e lampi, il mio sguardo -<


venerdì, gennaio 28, 2005   

Hmmm... station wagon nero seta, con cofano e tettino bianco neve: mica male!
Quasi quasi  quando smette di nevicare la faccio così con lo spray!


P.S. no.. macchinina... no... resterai sempre nera... come fossi il mio destriero...

voloalto | 09:14 | commenti (11) | link
>- il mio sguardo -<


martedì, gennaio 25, 2005   

Ho appena finito di vedere "La finestra di fronte" e, davanti alla suggestione e allo spessore di questo film, sento in me la solita pressione, il solito nodo alla gola, che mi coglie puntualmente quando non riesco a condividere quel che ho dentro.
So d'esser riuscito a scioglierlo in alcune situazioni, questo nodo, e che quindi ho già la prova del fatto che questo sia possibile, ma... forse anche per questo motivo ora provo disagio a sentirmelo di nuovo.
E' solo che... ha toccato corde profonde, questo film, ed ora sto sentendo che continuano a vibrare in me, entrano in risonanza, rimbombano, e... forse raccontare di quello che ha trattato potrà aiutarmi (?!).

Ha parlato della memoria, e di come a volte si sovrappongano piani temporali diversi, in trame tanto fitte da sembrare indistinguibili.

Ha parlato dei pregiudizi e dei luoghi comuni, di quanto sia difficile contrastarli, e di quanto possano condizionare le nostre azioni, tanto quelle ordinarie quanto quelle eccezionali.

Ha parlato delle tracce che gli incontri lasciano nelle vite di coloro che si avvicinano, foss'anche per poco, foss'anche estemporaneamente, e che sembrano tasselli minuti di un vasto mosaico osservato da una distanza che progressivamente aumenta.

Ha parlato di come sia difficile lasciarsi coinvolgere dai problemi di chi incontriamo, e di come questi invece possano recare con sè doni nascosti e insperati.

Ha parlato di quanto sia forte il campo di gravità della quotidianità che, se non ci si oppone energicamente, non permette neanche di immaginare possibili slanci.

Ha parlato di quanto sia difficile ascoltare, gli altri e sè stessi, e di quanto sia forte la propensione a far finta di non sentire.

Ha parlato della distanza nel tempo e nello spazio, e dei frammenti di vita inespressa che tornano a galla quando meno ce lo si aspetta.

Ha parlato dei compromessi, di pragmatismo e della rinuncia ai sogni come pegno pagato per ottenere la certezza di una quotidianità consolidata.

Ha parlato di gesti minimi, che danno o tolgono colore ai giorni, e della vita che è fatta di quei giorni.

Ha parlato di quanto si dà ai figli attraverso un'osmosi involontaria ma quotidiana di umori e di atteggiamenti, e di quanto gli stessi genitori siano stati a loro volta condizionati in tal senso, tanto che a volte si riesce ad intravvedere una catena infinita che corre all'indietro nel tempo, fino ad un punto lontanissimo.

Ha parlato di occasioni... sperate e cercate, colte e poi lasciate, e poi ancora inseguite e di nuovo mancate.

Ha parlato del nobile coraggio di "sbilanciarsi" per andare verso quel che potrebbe essere, e di come questo possa comunque non essere abbastanza.

Ha parlato di quanta incoscienza, leggerezza e forza ci voglia per mettere in discussione chi si è, e quel che si è messo insieme.


Di questo ha parlato, e forse anche di altro ancora che non ho colto, e... sarebbe stato bello poterne parlare, con un bicchiere di porto rosso in mano da sorseggiare, davanti ad una candela accesa nel cuore della notte, con qualcuno capace di ascoltare e di aprirsi ma,  se mi guardo intorno, pare proprio si tratti di una specie in via di estinzione...


voloalto | 18:58 | commenti (8) | link
>- il mio sguardo -<


sabato, gennaio 22, 2005   

Ecco la "seconda parte" della email che ho pubblicato sotto...
Sempre per la serie "Alby ai raggi X" (o Gamma?)

___________________________________________

FEMMINILE E MASCHILE

La mattina dopo quella domenica di annientamento mi sono svegliato molto presto. Tirate le tende, fuori c'erano appena le luci dell'alba; un'alba blu, nubi rosa alte e sottili nel cielo, tra i palazzi di rappresentanza, ed io, li, a guardarle, mi perdevo nuovamente nel torpore del mattino.
Ho cercato di nuovo di "rientrare in me"; riversatomi nuovamente sul letto, mi è riuscito in un attimo: è bastato solo pensarlo, e già ero nella mia pelle, dentro, a contatto con il mio corpo che, forse ancora assopito, non era in grado di reagire e di creare barriere; oppure... era la mia mente, ansiosa di tornare in un rifugio caldo e confortevole... prima di dare inizio alla giornata.
Rilassato, guardavo i fantasmi del giorno prima con distacco; sapevo per certo che sarebbero tornati, che non avrebbero ceduto così facilmente l'osso ma... ero in grado di distinguerli, e nel fare questo di capirli; non completamente ma... quanto bastava per vedere che erano... che sono... ombre, e non "il tutto" come il giorno prima sembrava fossero. Fantasmi, ectoplasmi, riuscivo a distinguerli come tali; come in un brutto sogno, in cui però sai che stai sognando, sentivo che in realtà il calore esiste... che era solo una questione di punti di vista... da controvertire in qualche modo.

Dopo essermi alzato, fatta una bella doccia rinfrescante e una colazione abbondante all'europea, mi sono avviato al lavoro.
Lungo la strada, attraversando la zona industriale, ho avuto tutto il tempo di ri-pensare alla situazione, a quel che era successo il giorno prima, ma soprattutto alle "contromisure", a quel che avrei potuto fare per contrastare quello stato, ma... sul momento non mi veniva in mente alcun modo che non comportasse il sacrificare la mia sensibilità: se quel sentire... se la sensibilità rappresenta solo uno strumento del male per entrare in me, pensavo, come posso non sacrificarla? Come posso continuare a considerarla una cosa... "valida", "utile"... un dono che m'è stato dato? Se mi ha permesso e mi permette di fare quel che faccio... ma poi mi porta a "questo", cosa me ne faccio? Come non sacrificarla, come non... "indurire"?
Al di la del fatto che non saprei come fare, ma... non c'è un altro modo...?

Il pensiero è tornato nuovamente ad allora, a 9 anni fa, quando un aformisma di Che Guevara mi colpì particolarmente. Diceva "Bisogna essere duri senza dimenticare la propria tenerezza"; un po' come dire... saper distinguere, saper curare quel che c'è di valido, con la dolcezza che è necessaria, sapendo che il male esiste, e si manifesta e incarna in molteplici modi. Saper reagire, nella misura giusta, nel modo giusto, senza cedere alla tentazione di indurire completamente. Saper resistere... acquisire stabilità, robustezza, forza, capacità di gestire le emozioni con intelligenza.
Ricordo di aver provato ad applicarlo, al tempo; inizialmente... con scarsi risultati: tutto continuava a ferirmi, tutto mi doleva, non avevo un solo punto non dolente; non mi piacevo fisicamente, non mi trovavo brillante, divertente, intelligente... ero l'ombra di me stesso, e... soprattutto senza un solo riferimento, un solo punto di contatto col mondo. Mi guardavo intorno, solo in attesa di un nuovo colpo che mi venisse inferto e... ricordavo che era stato molto duro, perchè... mancavano proprio le fondamenta, non avevo strumenti di difesa, e l'unico appiglio che avevo era proprio quell'idea forse un po' ingenua e tutta da verificare che fosse possibile "gestire la sensibilità", "acquisire stabilità" (poi, nella scatola che contiene del mio materiale di quel periodo, qualche sera fa ho trovato un foglio bianco con solamente scritto, in grande, "IMPIETRARE": un neologismo, che al tempo avevo coniato, e che avevo scritto su quel foglio, ricordo, per renderlo evidente ai miei occhi, e segnare una possibile rotta. Ma... in quel caso la direzione che avrei voluto prendere era quella della negazione della sensibilità, non della sua inclusione in me).

Camminavo verso il lavoro, in quel primo lunedì di lavoro, e a questo pensavo: questa mia sensibilità... questo mio desiderio che mi induce, attraverso il sentire, a portare elementi in me, dentro me... come viverla? Come... farla continuare a esistere? Ad un semaforo, passando accanto ad alcune macchine ferme, ho pensato che questa "sensibilità" forse non è in realtà vera sensibilità, ma... la manifestazione di un lato della mia personalità... di quello femminile, che porta a sè, accoglie, coltiva, fa crescere, e che mi rende potente ma vulnerabile; e poi, pur riconoscendolo come uno dei lati ai quali sono più affezionato, e fatto apprezzare da chi mi ha apprezzato, ho pensato che in realtà l'ho sempre mal conciliato con l'idea che personalmente ho dell'essere maschio, con quella stabilità che deriva anche dalla forza, dal "tra-lasciare" e dall' "ignorare". In quel momento questa mi appariva una soluzione possibile: l'accettare la presenza in me anche di questo, di questa capacità di "tra-lasciare" quanto c'è di irrilevante nella vita, per proteggere e conservare la capacità di sentire... ; certo, di difficile realizzazione, ma... senz'altro una via doveva pur esserci.
Si... "Essere duri senza dimenticare la propria tenerezza"; sul versante della tenerezza sentivo che ne avevo da vendere... su quello della durezza dovevo lavorare... molto. Si... conciliare meglio il mio lato femminile con quello maschile; fare in modo che quello maschile "protegga" quello femminile, senza soffocarlo, e lo faccia continuare a vivere. L'unico modo, per sentirmi ancora quell'Alberto, cui tante persone attestano stima e... alcune buone qualità.

Al verde per i pedoni, ho proseguito la mia marcia, scansando le macchine che sfrecciavano verso il lavoro.
Quel giorno, e nei successivi, mi sono difeso con le unghie e coi denti, come in rare occasioni in passato avevo fatto, senza dimenticare un solo istante il dolore che avevo dentro.

Ciao

Alby


mercoledì, gennaio 19, 2005   

 A volte rileggo la corrispondenza passata e i log delle mie chattate... perchè... a volte guardandosi alle spalle uno riesce a capire meglio la traiettoria che ha preso, e... non dico che così sia possibile a prevedere quel che sarà, ma... almeno ad aver coscienza del perchè la posizione è quella che è.... quello sì... in quello si può riuscire.

Questa qui sotto è una email che ho spedito ad una mia carissima amica, 15 mesi fa; l'ho riletta, mi ha colpito, e per questo la presento qui, tante volte ci fosse qualcuno che avesse voglia di confrontarsi...
____________________________

DESERTI FREDDI

Cara Stella

Stando da solo a Verona, in quella domenica di trasferta in cui "non sei salita con me a Bologna", ho vissuto un mio deserto.
Arrivare a Verona, poter vivere... vedere, passeggiare, osservare, studiare,... forse anche parlare con qualcuno, confrontarsi... questo speravo; ed invece... grandinata, freddo polare, albergo in estrema periferia, molto mal servito dai mezzi pubblici.

Prigioniero in quell'albergo, alle 3 del pomeriggio, mi sono reso conto che non potevo far nulla, che nulla c'era da fare, se non accettare quella sospensione della vita,... in attesa... del duro lavoro che m'attendeva per il mattino successivo... un corso nuovo e non "rodato"... cliente nuovo... esigente... importante...
Giravo per la stanza che sembravo uno pesce d'altura in un'ampolla d'acqua... appoggiavo le mani alle pareti per sentire quanto erano consistenti; accendevo la tv e subito la spegnevo... senza neanche vedere cosa trasmettevano: ... cosa mai avrebbero potuto trasmettere... domenica pomeriggio,... per me... !?

Ricordo di essere uscito in corridoio, la tessera dell'apertura elettronica della mia stanza nervosamente tenuta nella mano; in fondo al corridoio c'era una larga finestra: tutto grigio, solo... grigio... il grigio del produttivo e spietato nord-est industriale.
Rientrato in camera, ho aperto completamente la pesante tenda della mia stanza, che dava sul raccordo autostradale... : un'onda di luce grigia ha invaso la stanza; solo una striscia gialla, in fondo all'orizzonte: laggiù c'era sole... forse il tramonto... forse qualcuno laggiù lo stava guardando...

Le auto sul raccordo sfrecciavano, veloci, di certo dirette ad uno scopo: un vettore le muoveva verso una qualche direzione; ... dentro c'erano persone che andavano... oppure tornavano... incuranti; nulla sapevano di quel mio stato... "sospeso"... nulla potevano sapere, ma soprattutto... intimamente, profondamente sentivo che... nulla comunque avrebbe mosso minimamente il loro interesse verso me. Quel mio stato... quel mio sentire, iniziava e finiva in me... conchiuso in me... in quella stanza d'albergo di periferia, ed altra possibilità non c'era, altra speranza non c'era.
E... non c'era amore nell'universo... non ce n'era traccia; non ce n'era perchè... perchè l'avevo mandato via io, l'avevo scostato da me, scegliendo di farlo...
e, allontanatolo da me, l'amore mi aveva lasciato... non era tornato; non c'era consolazione, non poteva esserci... radicalmente, intimamente, non poteva esserci.

Solo, in quell'albergo, abbandonato anche da me stesso, vivevo il deserto, quello freddo, quello senza speranza, quello da cui ritorno non c'è perchè... il ritorno non riesci neanche a concepirlo; ed era vuoto allo stomaco quello che sentivo... che provavo... ; sotto la pelle... non c'era calore... perchè... perchè non poteva esserci... perchè non esisteva, non esisteva più... non esisteva la vita... non c'era più vita... tutto iniziava e finiva li... in quel punto preciso, in quel momento preciso...; ogni gesto... iniziava e finiva in sé, conchiuso. Non c'era un domani; non alternativa, non speranza, non sentimento, non affetto, non compassione, non... amore. Non c'era nulla, al mondo, non c'era più nulla, c'ero solo io... solo... dolente.

Ho acceso il portatile e ho avviato la playlist che c'era... partendo da Fossati: volevo piangere, far scendere le lacrime, tra le note,... con le sue parole... riuscire a lacerarmi; affondare le dita nel cuore... stringerlo, spingerci dentro le unghie... strapparlo... perchè non riusciva... perchè era fermo... perchè non si muoveva... ; su quel freddo letto, disteso, cercavo... volevo accelerare l'implosione,... accelerare la mia spinta a cadere su me stesso... in me stesso... vedere la polvere sollevarsi... al più presto...

Non riuscendo, ho cambiato la playlist, e ho messo su l'album "Music for the airports" di Brian Eno: musica minimalista... esoterica; singole note di piano... preziosamente suonate ad una ad una... da una mano sapiente.
Steso di nuovo sul letto, ho provato di nuovo a scendere in me: riappropriarmi dalla mia periferia ... entrare in me... sentire la pelle, l'aria intorno, la luce dalla finestra diminuire..., il petto sollevarsi e abbassarsi nel respiro...; quel suono ovattato... singole note... di piano,... rientrare in me... cercare un contatto con me stesso... con la mia vita... col mio passato.

Sono tornato a Sab., all'ultima estate della sua presenza in me, alla fine di quella storia; subito s'è stagliata in me la lunga ombra di Sade, l'effetto dirompente che ha avuto su di me "Le disavventure della virtù", il cui tema era... la persona "candida" trasformata in oggetto inanimato... in burattino, sul quale esercitare violenza... per riuscire a sentire la propria vita.
Fare volenza per sentire la propria vita, quando non senti più la vita... non hai più vita e... non fantastichi altro modo per riacquistarla che non calpestando e sfregiando, perchè... perchè in realtà senti che non esiste rispetto, non esiste affetto, compassione,... amore... non esiste nulla,... nulla:... tutto è finzione, tutto è un teatro... solo maschere... ; il sorriso del cameriere non è un sorriso... dopo un istante sparisce... era solo maniera... ; come pure il suo saluto affabile e cordiale quando te ne vai:... tutto è finto... tutto è inconsistente, vuoto... vacuo... come fosse di
cartapesta; quanti altri, allora, sono i sorrisi, vuoti, vacui... illusori, di un mondo che pare amare e in realtà non ama? Ci sono sorrisi che non siano così? Ci sono... veramente? Cosa c'è dietro la maschera...? Cosa resta...?
Anche nel sesso... nulla di reale... nulla di vero perchè... tutto è contraddizione... tutto è... finzione, perchè non c'è modo di distinguere... nè quel che provano gli altri, nè quel che si prova... tutto è indifferenziato... non c'è differenza... dare la sofferenza o il godimento... per tutti è solo una cieca e ottusa ricerca del proprio piacere e allora... perchè non dare libero sfogo ad ogni pulsione distruttiva... perchè non liberarsi da ogni freno, stordirsi esercitando potere sugli altri... agendo con violenza, fino allo strappare anche la vita stessa... fino al toglierla.
.. perchè non dovrebbe essere possibile fare anche questo...?
Come ri-conoscere l'affetto, come ri-evocare il calore, foss'anche delle persone "vicine", quando "senti" questo? Quando questo pensiero ti entra dentro e... ti violenta... con l'insistenza velata ch'è propria di un dubbio esistenziale... che senso dare al mondo... alla socialità... allo stare insieme...? All'amicizia, all'impegno, alla dedizione, alla volontà...


In questo deserto mi muovevo, a quel tempo, alla fine di quella storia...;
quello era il lascito, da cui dovevo ripartire in qualche modo; queste erano le parole che mi echeggiavano dentro, a corrodere... a liquefare l'idea "candida" della condivisione... che fino a poco prima mi aveva animato, aveva dato luce e calore alla mia... vita... mi aveva permesso di fare tanto... di sentire la bellezza e l'armonia... costruire quel poco che avevo messo insieme fino a quel momento, con tanta fatica e fiducia... un castello di carte fatto da un novello Don Chisciotte che veniva spazzato via da quell'assurdo vento freddo...

In quel tempo, scrivevo questo....

- .... -

Ho nel cuore malato
un giardino disfatto.

Solo ceneri e sassi
mi si affollano dentro
nel giardino deserto
che era dei fiori.
Cose morte l'ingombrano
più di un triste mattino.

Ho la morte nell'anima
nel mio vuoto profondo
Solo un'urlo s'ascolta
come un'eco lontana
come vita che fugge
più di un triste mattino.

C'era un'anima aperta
nel giardino dei fiori.
Ora l'anima è persa
nel mio vuoto profondo.
Cose morte l'ingombrano
più d'un triste mattino.


- Il bambino -

Lui viveva nel bosco
coltivando un giardino;
con il vento parlava
di castelli e di fate...

Era tenero dentro
quell'ingenuo bambino;
la fiducia brillava
nel suo sguardo d'agnello...

Lui viveva nel bosco
e l'ho ucciso un mattino.



Questo ricordo remoto evocavo in me, in quell'albergo di Verona, stillando ad una ad una le note di Brian Eno; solo... come può esserlo un uomo solo, disteso su un letto d'un albergo di periferia, che ha perso l'amore, e non sa da che parte girarsi per ricominciare, perchè... di direzioni non ce ne sono più... nè di speranze... nè di illusioni...

Poco dopo sarebbe arrivato il tuo sms... in cui mi dicevi che capivi, e mi lasciavi andare; poco dopo ti avrei risposto... dicendo che altra via non c'era, e che speravo da quel viaggio sarei tornato migliore...

Ciao

Alby



venerdì, gennaio 14, 2005   

Un anno di blog e, in un anno 9558 visitatori...

Due riflessioni mi vengono in mente su questo fatto:
  1. che tutto sommato ho mantenuto fede alla linea che avevo pensato inizialmente di impostare.

    Non che ci tenga particolarmente alla coerenza ad oltranza (le cose cambiano... sempre... anche quando non vuoi... e bisogna essere sempre pronti ad ammettere che c'è da adattarsi), ma... forse al tempo c'avevo visto giusto

  2. che alla fin fine qualcuno che ha trovato interessante/utile confrontarsi con quel che mi passa per la testa c'è!
Beh... un grazie a voi che, in primis con i post nei vostri blog, e poi con i commenti nel mio, mi avete aiutato a fare questo percorso, e a trovarci un senso.


martedì, gennaio 11, 2005   

domenica, gennaio 09, 2005   

Con questo post voglio dare inizio ad una sezione di ricette... diciamo... quelle che mi sono venute bene, che sono collaudate, e che quindi mi sento di scolpire nella pietra :-)

Ieri ho fatto una pizza che di più buone ne ho mangiate solo da Brandi a Napoli, percui... non posso che iniziare da questa!

LA PIZZA fatta in casa

Ingredienti (abbondanti x 3 persone, giusti giusti x 4 persone)
- 500gr di farina tipo 0 + altri 100gr per l'infarinatura successiva
- 300gr d'acqua
- un panetto di lievito naturale
- un cucchiaino di sale + altro per la salatura in superficie
- due cucchiaini di zucchero
- un po' d'olio extra vergine di oliva

Attrezzi utili:
- una terrina capiente
- una frusta da cucina (non l'altra... l'altra si usa per ricette d'altro tipo ) oppure un mestolo di legno
- delle teie da forno anti-aderenti o dei vassoi in alluminio della forma desiderata (rettangolari? Circolari? A stella ... ve le sconsiglio.. 'che c'ho provato! )
- un mattarello e un piano di legno o di marmo)

Preparazione
  1. prendete i 500gr di farina, e metteteli dentro una baccinella capiente
  2. mettete nella farina il cucchiaino di sale e i due cucchiaini di zucchero, disperdeteli nella farina mescolando il tutto, facendo alla fine un buco al centro tipo Vesuvio (questa cosa non è solo di buon auspicio, ma vi permette di mettere poi l'acqua per l'impasto  )
  3. scaldate l'acqua fino a farla diventare tiepida, il che significa appena col dito dentro sentite una piacevole sensazione di calore appena accennato, tanto che il dito lo lascereste volentieri lì dentro
  4. rovesciate l'acqua in un bicchiere, immergeteci dentro il panetto di lievito, schiacciandolo per farlo sciogliere prima, sennò finisce che l'acqua si fredda, e il lievito muore affogato e/o assiderato
  5. rovesciate il bicchiere d'acqua nel cratere, e con una frusta da cucina o con un mestolo muovete la farina, piano piano... per non creare grumi, fino a far completamente assorbire l'acqua, e formare l'impasto
  6. ungetevi le mani con olio extra vergine di oliva, e impastate a mano: l'olio dovrebbe impedire all'impasto di attaccarsi alle mani, e permettervi di fare una palla della massa prodotta
  7. accendete il forno per qualche istante, giusto per stiepidirlo (ricordatevi di spegnerlo )
  8. coprite con un panno di cotone (pulito! Meglio se bianco... 'che anche questo porta bene ) il recipiente nel quale si trova l'impasto, e mettetelo nel forno tiepido. Più lievita, e meglio è... 4 ore è l'ottimale. Siccome l'impasto cresce in volume, è importante verificare che sopra la terrina ci sia spazio e aria... altrimenti tirarlo fuori potrebbe non essere semplice (cosa già sperimentata... ). D'altro canto, più è in alto, e meglio è, perchè in alto l'aria resta tiepida. Il tempo rimanente può essere anche usato per preparare il condimento
  9. dopo che la massa è lievitata, spargete sul piano di legno della farina, per fare in modo che l'impasto poi non si attacchi
  10. preparate le teie, mettendo dell'olio extra vergine di oliva sul fondo, spalmandolo uniformemente con le mani (operazione alquanto libidinosa ed evocativa ). In questo modo avrete anche le mani già unte per prendere l'impasto senza che si attacchi alle vostre dita
  11. prendete l'impasto, con le mani unte, e fatene dei panetti e appoggiateli sopra il piano di legno infarinato
  12. prendete uno alla volta i panetti, e con il mattarello schiacciateli fino a farne delle basi di pizza "compatibili" con le teie. Nell'operazione ripetete l'infarinatura, perchè aiuta a non far attaccare l'impasto al piano. Mentre fate questo, accendete il forno a 220°, facendo attenzione che dentro non ci sia nulla (altra esperienza traumatica da me avuta ). A me piacciono con uno spessore di 1/2 cm, ma... dipende dai gusti....
  13. mettete la base della pizza nelle teie, cercando di mantenerle spianate... nei limiti del possibile, e date sopra una spolverata di sale fino
  14. infilare 2 teie alla volta nel forno, a mezza altezza. Se il forno è ventilato, attivate la ventola, che viene ancora meglio, ma è possibile che serva comunque ad un certo punto un cambio di posizione, percui... occhio a non farne una bruciata e una molle
  15. quando vedete che la superficie inizia a gonfiarsi, tirate fuori una pizza alla volta, e mettete il condimento a caldo (tipicamente mozzarella/formaggi, olio e rosmarino, prosciutto cotto/salsiccia/tonno/gamberetti/salmone, pomodoro/funghi/carciofini/peperoni/melanzane/cavolfiori/asparagi/cipolla... !! Continuo l'elenco?! ). Fate l'operazione con rapidità, per non far freddare troppo la base
  16. infilate di nuovo nel forno, fino a completare la cottura.... facendo attenzione a non bruciare troppo gli ingredienti che stanno sopra
  17. aggiungete gli ingredienti a crudo (prosciutto crudo, rucola/pomodorini, olio, ...) e servite calda
Beh... buon appetito

P.S. quella in bianco, con olio e rosmarino, può essere congelata e riscaldata

voloalto | 15:26 | commenti (5) | link
>- ricette -<


mercoledì, gennaio 05, 2005   

lunedì, gennaio 03, 2005   
Un volo... alto...
Volare alto, leggero, questo è ciò che ora vorrei.

Volare leggero... comunque leggero...

parlando di me
Mi piace ascoltare, tirar fuori quel che ho dentro, scoprire, esplorare, mettermi in gioco, soddisfare la mia curiosità e, in ogni caso, essere creativo.

A volte mi chiedono perchè "Volo-alto". L'ultima volta ho risposto così:
Hai mai sognato di volare? Nel sogno, la consapevolezza di poterti staccare da terra con uno sforzo muscolare; ed allora provi, e l'aria che ti è sotto ti regge, ti solleva, e prendi quota. A quel punto, vedi tutto dall'alto, e puoi decidere se prendere velocità, oppure restare in stallo, come un falco incollato nell'azzurro, ad ammirare i dettagli in basso; decidere se salire ancora, oppure se giocare con la velocità ed il vento e scendere in picchiata, ed avvicinarti a quel che vedi giù, sul verde del suolo o tra gli alberi dei boschi. Nelle orecchie, solo il soffio dell'aria intorno, che senti fresca e vasta, fin oltre l'orizzonte visuale; a momenti turbolenta ed irregolare, da far temere di perdere la traiettoria scelta; a momenti sottile e leggera, per provare nuove manovre, semplice, come se fosse una semplice corsa sulle proprie salde gambe; ma corsa non è: è volo, è vuoto di centinaia di metri proprio sotto di te, è vista d'altura, è velocità e leggerezza del vento.



slogan deliranti
Con la mia logistica non finanzio le guerre: io vado a metano!

Il mio rapporto coi mezzi di comunicazione/intrattenimento? 90% radio, 4% televisione, 4% stampa, 2% cinema

coordinate
38 anni, M, Marche
Me ne sto a 2 passi dal mare



rileggendo il passato
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